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Di Giulia Cecchi
gita di classe

Tutto il male del mondo
Un viaggio che molte scuole organizzano per far riflettere sulle atrocità dell’Olocausto. Ecco un piccolo reportage da chi lo ha vissuto con particolare, struggente emozione

Ore 8:00, partenza dalla stazione di Siena per visitare i campi di concentramento di Birkenau e Auschwitz. Noi ragazze avevamo delle valigie enormi, sembrava dovessimo partire per un mese, invece che per cinque giorni. Verso sera apriamo la porta: “Buongiorno, sono Rossi, il Presidente della Toscana, sono felice di vedervi qui”, e ci diamo la mano. Abbiamo continuato a mangiare (biscotti, panini, tarallini, succhi di frutta...). Mentre passavano le ore iniziai a pensare: “per noi è già difficile e snervante affrontare un tale viaggio in un treno di oggi. Non oso immaginare cosa abbiano provato quelle povere persone costrette a stare per giorni e giorni in piedi senza acqua e cibo”. Quando siamo arrivati a Birkenau il panorama era irreale, faceva impressione, davanti a noi un’immensa distesa di neve, il campo era completamente circondato da filo spinato alto 3/4 metri. Prima tappa “le baracche”: quando siamo entrati si sentiva un odore particolare, forte. Poi ci siamo diretti verso le fosse comuni. Abbiamo camminato molto, sembrava di non arrivare mai. La tappa successiva era il luogo dove si trovavano i forni crematori, distrutti dai tedeschi prima di abbandonare il campo. Mi sono ritrovata a pensare: “Cavolo, forse qui è stato ucciso qualcuno, di sicuro sto camminando sulle ceneri di milioni di persone.” All’interno del campo c’era un silenzio assordante, sembrava quasi di sentire le grida silenziose di coloro che vi hanno perso la vita. Oggi vicino al campo si trovano la stazione e l’aeroporto: il rumore degli aerei fa quasi credere che i forni siano ancora in funzione e quello dei treni che altri vagoni stiano per arrivare al campo. Una sensazione orribile. Studiare queste cose a scuola è una cosa, ma viverle è diverso.
Auschwitz è differente, qui ci sono molti reperti a testimoniare le atrocità. Già al cancello sotto la scritta “Arbeit Macht Frei” mi sono venuti i brividi. Come prima cosa ci siamo diretti al forno crematorio: le mura fuori erano nerissime, scure come il carbone. Era impressionante. Poi ci siamo diretti a visitare i vari block che sono stati trasformati in museo. All’interno molte foto descrivevano la storia della creazione dei campi in ordine cronologico, poi c’erano tonnellate di capelli di donna (utilizzati per fare stoffe e coperte), montagne di occhiali, scarpe da bambino, protesi, valigie dei deportati con i nomi dei vari proprietari, vestiti (sia civili che quelli a righe di deportati). È stata un’esperienza veramente forte. Siamo stati anche a Cracovia dove abbiamo incontrato alcuni testimoni che ci hanno raccontato la loro storia: due signore ebree, un detenuto politico e un internato militare. E lì non ce l’ho fatta. Non sono riuscita più a trattenere quel groviglio di emozioni, così forti da non riuscire a descriverle. Per quanto si possa documentare, è impossibile capire finché non si visitano questi luoghi con i propri occhi.
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