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Di Chiara Colasanti
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Festival Internazionale del Giornalismo 2012
Il resoconto della mia esperienza da volontaria, tra penne, bloc notes, bottigliette d'acqua, Baci Perugina, KitKat e tanta nostalgia.

Quest'anno ho colto l'occasione al volo e ho indossato per la prima volta in vita mia il pass “Volunteer” del Festival Internazionale del Giornalismo che, ogni anno, trasforma il capoluogo umbro in un vero e proprio “luna park per giornalisti” [cit. Beppe Severgnini].
Nel 2010 avevo indossato il pass “Press”, vivendo un'esperienza fantastica ma devo ammettere che quest'anno, vivendo il festival anche un po' da “dietro le quinte” i brividi sono stati molti di più.
Vuoi perché ero una volontaria addetta alla logistica, vuoi perché avevo il terrore di combinare qualcosa di sbagliato, vuoi perché desideravo ardentemente tornare utile e godermi fino in fondo ogni minuto del festival... l'adrenalina era a mille, nonostante le ore passate in piedi a sorridere, annuire, rispondere alle domande (quasi sempre le stesse, ma ci si divertiva a vedere le facce un po' sperdute della gente!), consegnare e ritirare cuffie per le traduzioni e relativi documenti (quelle cuffie erano un po' tutte “figlie nostre”: ogni volta che ne cadeva una sussultavamo dentro tutti in sincro), sistemare brochures, Baci Perugina, KitKat, bloc notes, penne, bottigliette d'acqua più varie ed eventuali... quando ci si poteva sedere la schiena chiedeva “Perché? Che succede?”!
Essere volontario al Festival del Giornalismo è qualcosa da sentirsi dentro, però... e tutti quanti ce lo sentivamo, ognuno a modo suo, ma ognuno in una sorta di “comune afflato” con tutti gli altri, pur non conoscendoci e vedendoci magari anche solo “di striscio”: dai volontari “veterani” a quelli alle prime armi, come me e come moltissimi altri ragazzi anche di vari licei sparsi per l'Italia che, organizzandosi con i propri amici, hanno preso e sono venuti, non volendosi perdere un'occasione del genere. Per me e la mia inseparabile compagna di avventure Valeria è stata anche un po' più “semplice”, diciamo: studiamo a Perugia, quindi ci siamo semplicemente prese una settimana di “ferie alternative” e invece di andare a lezione ci siamo dedicate a delle lezioni molto più interessanti e coinvolgenti, dividendoci tra l'hotel Brufani (dove la signorina Sara nel Press Office dispensava caffè gratis a tutti con nostra somma gioia, creando così dipendenza da quel luogo, dove si aggirava Stefano, referente delle sale, sempre con qualche lista di qualche workshop in mano, quando non era intento a spostare boccioni da 20 litri d'acqua o a dispensare scatole di Baci Perugina per riempire i contenitori che venivano svuotati in un batter d'occhio!); il teatro Pavone (dove Manuel, gentile come sempre, cercava di tenere tutto sotto controllo e gli addetti alla Security si sono fatti grasse risate vedendoci combattere con 250 cuffie da rimettere ai loro posti e 250 documenti da rendere ai proprietari... tutti nello stesso, medesimo istante, più o meno!); il Centro Servizi Alessi (dove ho fatto il mio primo turno, venendo iniziata alla delicata arte della distribuzione cuffie da PierPaolo, puntuale come un orologio svizzero, anzi, molte volte anche in anticipo, che ogni tanto provava a cercare qualcuno che avesse una sigaretta e invece gli capitavano spesso turni di volontari tutti non fumatori!). E poi la Sala dei Notari (dove con Laura, armata di microfoni per le domande e tutto l'occorrente per l'allestimento delle postazioni degli speaker, ci si calava nei panni di un centometrista e dove ho scoperto il ripostiglio dell'acqua solo il penultimo giorno, quando praticamente ho preso la seconda residenza là!); l'auditorium di Santa Cecilia (il posto più temuto da tutti i volontari perché più lontano dagli altri centri “nevralgici” ma anche quello dove hanno preso luogo le riunioni della stampa studentesca nazionale i cui resoconti mi hanno lasciata a bocca aperta: per riuscire a mandare avanti il giornalino del mio liceo, di cui ero direttrice, abbiamo dovuto fare i salti mortali e nessuno ci si filava pari... loro avevano lo sponsor della TIM, lavoravano ai siti dei loro giornalini dal loro iPhone, iPad o iPod che fosse ed erano equipaggiati a livelli “da sogno” tuttora per me!); l'hotel San Gallo (dove sono andata solo per seguire un workshop e dove non ho avuto, fortunatamente!, nessun altro turno: era uno dei punti più lontani da raggiungere e con gli orari a incastro la Rocca Paolina diventava un ostacolo temibile da superare!) e la Sala Lippi (dove Francesca ci faceva riprendere fiato, al fresco e con la sua calma inattaccabile che ci contagiava un po' tutti e ci dava un po' di “autonomia” per affrontare i turni successivi: quella sala era la più tranquilla di tutte, almeno fino a quando la Polizia in borghese arrivò a chiedere quali doppie entrate ci fossero per evitare problemi...).
Proverò a mettere ordine tra le immagini che si affacciano alla mia mente se ripenso a quei cinque giorni, ma la girandola colorata che mi si propone davanti agli occhi continua a girare alla velocità cui marciava tutta l'organizzazione.
C'era veramente di tutto, come sempre, al Festival, quest'anno (e questo che segue è solo un elenco parziale e personalissimo!): incontri sul reportage “di frontiera”; incontri targati Unicef per cercare di sensibilizzare l'informazione specialmente dal punto di vista delle organizzazioni benefiche, no profit e via dicendo; approfondimenti sull'importanza “social” dei nuovi media; lezioni su come proporre le notizie e strutturarle online per renderle più fruibili e, soprattutto, più chiare; dibattiti sull'importanza della tecnologia in una professione come quella del giornalista; incontri con scrittori provenienti da tutto il mondo; dibattiti sull'utilità dell'Ordine dei Giornalisti e sul futuro che si staglia all'orizzonte per i giovani con il sogno del giornalismo; incontri con Capovilla e Caparezza, firmati XL di Repubblica per indagare più da vicino la musica “di denuncia”; dibattiti sull'importanza delle proprie radici e sulla possibilità di andarsene all'estero, come di rimanere e cercare di cambiare le cose; conversazioni con giornalisti provenienti da tutto il mondo che portavano la loro realtà e che si confrontavano con la nostra realtà nazionale, cercando così di trovare il modo per migliorare insieme e non ognuno per conto proprio; trasmissioni radio andate in onda da una sala o dall'altra del Brufani a cui si poteva assistere liberamente e che rendevano ancora più “reale” quello che si ascolta ogni settimana “via etere”; l'incontro “Toda tv cambia” che mi ha fatto cambiare opinione sulla maggior parte dei conduttori dei talk show della nostra televisione (erano tutti lì più o meno!), affascinandomi e facendomi riflettere pur facendoci letteralmente sganasciare dalle risate.
E poi come non ricordare l'incontro sul giornalismo musicale nell'epoca post Myspace che, da brava appassionata di musica e da giornalista musicale in erba con dei sogni più grandi di sequoie giganti nel cassetto, mi ha fatto andare letteralmente in brodo di giuggiole, convincendomi ancora di più che vorrei davvero fortissimamente che il mio futuro sia lì e cercherò di lavorare il più possibile per aprire quel cassetto e lasciar crescere tranquilla la mia sequoia gigante.
Poter parlare e confrontarsi poi con esponenti del giornalismo nazionale (ma non solo!) quali Beppe Severgnini; Zucconi; Guido Romeo; Charlie Amter; Alessio Jacona; Diletta Parlangeli; Gino Castaldo; Luca Valtorta; Caterina Soffici; Federico Taddia e tutti gli altri che abbiamo avuto l'onore e il piacere di fermare (una menzione speciale ai ragazzi de “L'Isola dei Cassaintegrati”, un progetto decisamente degno di nota da non perdere assolutamente di vista: cercateli su Facebook e scopriteli, perché di cose da dire ne hanno a bizzeffe e meritano di essere conosciuti il più possibile!) per poter scambiare qualche battuta, ricevendo anche numerosi complimenti per lo stile di Zai.net e, più in generale, per l'idea che è davvero piaciuta tantissimo a tutti. Giovani reporter, qualcuno ci ascolta!
Poter poi parlare con Caparezza (a sorpresa! Avevo un turno che mi ha impedito di partecipare all'incontro del sabato sera, ma la domenica mattina al Brufani è successo l'inaspettato: Michele Salvemini era proprio su quella poltroncina nella hall o stavo sognando? Non potevo farmelo scappare così!) e con Pierpaolo Capovilla (gentile e disponibile in maniera spropositata!), già passati sulle nostre pagine, chi prima e chi dopo, è stato davvero un sogno, quasi quanto potermi confrontare con Charlie Amter (fate un giro su http://www.europopped.com e capirete di chi sto parlando!) su Maroon 5, Power Francers, “Tacatà”, Marracash e sul mio futuro in generale! Così come un sogno poter chiacchierare, finalmente vis à vis, con Federico Taddia (vi ricordate Screensaver, su Rai Tre? Avete presente L'Altra Europa, ogni sabato mattina su Radio 24? Ma forse non sapete che collabora anche con Fabio Volo e Fiorello per i loro spettacoli,tanto per dirne due; lavora con Topolino quando si tratta di progetti con i ragazzi(e non solo!) ed è uno degli autori dei TRL Awards!) e poter assistere alla messa in onda della puntata di quel sabato mattina; un sogno poter essere intervistata dall'inviata di Caterpillar, Sara Zambotti (che solitamente ascolto ogni pomeriggio in cui mi ritrovo in macchina con i miei!), insieme ai registi e protagonisti di “Italy: love it or leave it!” Luca Ragazzi e Gustav Hofer, al blogger Fabio Chiusi, a Caterina Soffici e ad un altro volontario come me, Heinz, ma proveniente niente meno che dalla Polonia.
Un sogno potermi far autografare da Gino Castaldo uno dei suoi libri (opportunamente sottolineato e ordinatamente etichettato, meglio di molti libri di testo che ho studiato per preparare degli esami!) e potergli dire che spero di partecipare, prima o poi, a una delle lezioni sul rock che tiene all'Auditorium Parco della Musica a Roma; un sogno sentirmi chiedere un'opinione sull'incontro sul giornalismo musicale nell'epoca post Myspace da giornalisti del calibro di Diletta Parlangeli e Alessio Jacona (che mi hanno reso ancora più orgogliosa di collaborare con Zai.net dato che ne hanno tessuto le lodi anche su Twitter!) e un sogno poter parlare con Beppe Severgnini (dopo avergli fatto letteralmente le poste con un'altra volontaria spagnola che lo pedinava, come noi, dal giorno prima!) non solo di Zai.net, ma anche della situazione in generale del giornalismo, del Festival e delle sue esperienze con i giovani: finalmente qualcuno che non ci consiglia di lasciar perdere il mondo del giornalismo ma di darci dentro come matti per far vedere quanto si vale e cercare di lasciare un segno!
Grazie, di cuore, anche se molto probabilmente non lo leggerà mai: mi ha confortato non poco, dopo anni di incontri con persone “del ramo” che non fanno altro che distruggere i tuoi sogni di gloria e che, dopo averti fatto i complimenti per essere già una pubblicista iscritta all'Albo (iscrizione ottenuta con non poche difficoltà a “20 anni suonati”, come mi ha preso amabilmente in giro una mia amica), ti smontano, pezzo per pezzo, tutto quello che avevi faticosamente immaginato e preparato per il tuo futuro.
Per carità, serve anche quello, ma se c'è una cosa che ho imparato da quest'esperienza al Festival e che ho sentito ripetere più e più volte è proprio questo: non mollare mai, per quanto possiate essere giovani, per quanto questo Paese non offra tutto quello che dovrebbe e potrebbe, per quanto siate sfiduciati e gli altri contribuiscano a questo sconforto... il mondo del giornalismo è enorme, assume molteplici forme e, in un momento di crisi come questo, ogni spunto può essere buono per essere un'arma di riscatto. Come mi sono segnata tra le bozze del cellulare durante l'incontro con Capovilla, “l'apatia persiste, ma noi la stiamo combattendo! Chi,se non gli artisti, poi? Io credo nell'utopia: non me ne importa niente dell'irraggiungibilità della meta: fa parte del mio percorso di crescita personale, artistica e culturale!”. Ognuno di noi poi fa arte a proprio modo e c'è chi, nella vita, ha scelto di vivere la missione del “voler capire per poter spiegare”, come è stato detto durante l'incontro con Ettore Mo, che ha festeggiato proprio a Perugia, i 50 anni di carriera.
So che questo resoconto non può essere esaustivo, ma spero di essere riuscita a trasmettervi almeno un decimo di tutto l'entusiasmo che ho accumulato in quei cinque giorni (tanto per capirci: la settimana precedente ero finita per tre giorni in ospedale per colpa di una colica renale, ma non ho lasciato che questo mi impedisse di vivere l'esperienza fino in fondo, come avrei potuto perdermi tutto questo?) in cui non sono potuta essere presente ovunque, come è ovvio che sia, ma in cui sono riuscita ad accumulare esperienze da sogno, conoscenze, nozioni... ma soprattutto sorrisi, strette di mano, istantanee di volti sinceramente interessati a quello che stavi dicendo e persone che non si sono negate nemmeno nei momenti meno “disponibili”.
Un grazie di cuore, a cui nessun articolo (scritto da me men che meno!) potrà rendere giustizia, va indubbiamente ad Arianna Ciccone e Chris Potter, i due fondatori del Festival che hanno reso tutto questo possibile, affrontando, in particolare quest'anno, una situazione davvero ingestibile, purtroppo; a tutte le persone citate fin qui per la loro disponibilità, gentilezza e simpatia; a Daniela, il nostro capo logistica con il dono dell'ubiquità che ha fatto di tutto per accontentare sempre tutti e alla sua vice Natalia; a Cecilia, a PierPaolo (F., stavolta!), a Silvia, a Ilaria (tutte e due!), a Cristina (from Brazil), a Rose, a Carol (from China), ad Heinz (from Poland), ad Alba (from Spain), a Chiara, a Simona, ad Antonio, a Nicolò, a Paolo, a Barbara e a tutti i volontari con cui ho diviso un turno, un'attesa, un caffè o semplicemente una panca su cui sfogarsi da qualche parte in giro per le sale... se ogni volta che vedo un Bacio Perugina, un KitKat o una bottiglietta d'acqua da mezzo litro sento una fitta di nostalgia è anche per merito vostro!!!
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