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Di Gabriele Carovano
come te nessuno mai

Il volto sporco dell'amore
Un articolo per tutti e per nessuno (F.W. Nietzsche)

“Amore”: un nome al quale dovrebbe mentalmente corrispondere un concetto, un soggetto, un oggetto o forse un progetto? Quando ascoltate pronunciare, o pronunciate voi stessi, il suono di questo segno linguistico a cosa lo associate nella vostra mente?
Io ad uno squarcio di ottenebrazione paesaggistica in cui il nero attonita e livella ogni forma e disomogeneità; in verità questo mare d’ombra, per il principio di congiunzione degli estremi, potrebbe corrispondere al vuoto più assoluto. Forse questo vi meraviglierà: “che persona gelida!” penserete. Amore = vuoto. Davvero inconsueto non vi pare?
Ma altro non è che una risposta necessitata da un precedente errore percettivo.
Vi invito ad indagare più chiaramente se dentro il contenitore Amore riuscite a stivare tutto il vostro bagaglio emotivo, la vostra “dimora sentimentale”. Io ho provato, e la risposta che mi sono dato è no.
Qualcuno potrebbe obiettare: si potrebbe fare una selezione e introdurre soltanto le emozioni più importanti, no? Bèh, a questo qualcuno voglio rispondere: può una pianta essere la medesima senza una sola foglia? Può una linea correre diritta ed uniforme se la si priva di anche un solo suo punto componente?
Noi altro non siamo che la somma algebrica del nostro passato, niente può essere tralasciato, anche il particolare più frivolo può averci plasmato ed aver riflesso su di noi la sua prosecuzione naturale, come una mano che se illuminata dalla giusta angolazione proietta un ombra di sé di dimensioni ampiamente più grandi rispetto a quelle reali.
Ma come si può ancora parlare di realtà? Invero dov’è la finzione? Può dirsi che l’ombra sia inesistente? La risposta è retorica: il relativismo ci assedia, ma la cosa che non va sottovalutata è la duplice natura dello stesso. C’è un relativismo esogeno, che influenza il momento della percezione emotiva, ed un relativismo endogeno che modifica i frutti della nostra elaborazione. La nostra conoscenza non è che il frutto di infiniti errori di scarto.
Come si inserisce in tutto ciò l’ “amore”?
Prima di rispondere a questa domanda vorrei svelare un segreto che questo termine racchiude. Amare giornate amare, questo palindromo proposizionale, sviscera in maniera evidente il duplice e contraddittorio significato riconducibile allo stesso lemma, è come discoprire la doppia faccia dell’amore, che si può ipotizzare presupponga il dolore quale contenuto-mezzo in grado di spiegare il suo vero fine eziologico-contenutistico.
Se ciò non bastasse a dimostrare l’inutilità e l’infondatezza di tale termine, mi si lasci precisare ancora che nella sua contraddittorietà è manifesta e anche la sua inadeguatezza “onnicomprensiva”.
Non può neanche tentare di assurgere ad ambire un ruolo descrittivo di quel vortice emotivo che invano tenta di trasmettere.
Effettuate tali premesse logiche possiamo ora rispondere alla precedente domanda accantonata: Amore = Vuoto?
Il lemma Amore non si limita ad essere vuoto (come già dimostrato), ma è un vuoto che svuota; poiché nell’amaro tentativo di comunicare e perciò estrinsecare l’amato-conosciuto, si finisce per alienare la propria carica emotiva, si svende l’essenza della propria soggettività, privandosi di colori che, per lo scarto relativistico sopra dispiegato, finiranno per essere trascinati dalla corrente fino a sfociare in un’orfana “eikasia” (rappresentazione, ndr).
Se vi state ancora domandando cosa sia l’amore, la risposta la cogliete soltanto intuendo il significato più intimo di queste parole, privi di aprioristiche pregiudiziali che potrebbero deviarvi da quanto in questo testo espresso, nel quale è massimamente nonché implicitamente descritto quanto sia bello amare. ..“Amare”? Ma voi avete capito di cosa sto parlando…
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