Di Monica Canu
Sull’isola di Brook

In occasione della messinscena de “L’isola degli schiavi” di Pierre de Marivaux, la regista, Irina Brook, ci racconta come è stato per lei lavorare in Italia

Lei ha lavorato come regista per molte opere, mentre a Genova dirigerà uno spettacolo teatrale. Quale tra le due tipologie di spettacolo preferisce dirigere? 

Difficile fare un paragone, sono una regista di teatro, non di opera e non mi vedo come tale. Il mio mestiere è quello di dirigere spettacoli teatrali, le opere sono un’eccezione. Secondo me l’opera è qualcosa di speciale, di eccezionale, difficile: può essere fantastico o tremendo. È sicuramente qualcosa di diverso perché nel teatro io sono la persona che matura l’idea per lo spettacolo e che poi crea un gruppo, una famiglia di persone, con cui condividere una filosofia, la visione dello spettacolo. In un’opera, invece, sei più legato a certe situazioni e richieste, non hai tante opzioni rispetto al teatro, riesci a creare cose nuove con più difficoltà. È un lavoro completamente diverso, ma può essere gratificante e interessante. Per me la creatività, però, è legata alla libertà e la libertà è il teatro.

 

Ha mai lavorato con un cast totalmente italiano? Come pensa sarà questa esperienza?

È la prima volta che lavoro con un cast completamente italiano e sono davvero contenta. Quello che per me è subito evidente è la differenza in termini di energia, ad esempio, tra giovani italiani e francesi. Gli italiani sono più estroversi ed energici e mi piace questo loro atteggiamento. Hanno una diversa libertà e abilità di esprimere la loro arte nell’improvvisare, nel cantare e nel recitare: sono aperti, liberi e generosi nelle loro performance e per me non potrebbe essere meglio, li adoro!

 

Qual è il messaggio de L’Isola degli schiavi?

Sto rifacendo questo spettacolo per la terza volta perché penso che sia uno dei più contemporanei e universali che io abbia mai diretto. Per me la scelta del testo è la cosa più importante e non penso ci siano molti testi che parlano schiettamente di giustizia sociale, democrazia, umanità. Questo strano spettacolo del ‘700 è così contemporaneo che potrebbe essere un reality show televisivo per il modo in cui le persone si scambiano di ruolo per capire come sarebbe stato essere al posto di qualcun altro. Parla di compassione, empatia, di capire cosa significa non avere il controllo delle situazioni, essere i meno fortunati. Tratta una tema fondamentale mascherato in una brillante commedia, ma l’essenza è così seria e moderna che non è ho mai abbastanza. 

 

Porterà lo spettacolo in altre città italiane?

Non è una mia scelta, ma se succedesse ne sarei davvero lusingata e contenta.

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