Di La Redazione
Un caffè con Mario Acampa

In “The Blues Legend” interpreta il timido Beatbox, ma non fatevi ingannare dalle apparenze... e tenete d’occhio questo giovane: noi ve lo abbiamo detto!

Qual è stato il tuo percorso di studi e professionale che ti ha portato qui? Ho iniziato al Teatro Nuovo di Torino che organizzava un’Accademia regionale di ballo, canto e recitazione: mi iscrissi lo stesso anno in cui cominciai l’università. Ho deciso di portare avanti parallelamente i due percorsi perché volevo fare “la persona seria”: scelsi Giurisprudenza, dopo due mesi sapevo che non ce l’avrei mai fatta ad andare avanti solo così, mi sono iscritto all’Accademia e andò bene! Mi sono laureato, ma dopo il primo anno di accademia ho fatto il mio primo provino per un ruolo da protagonista nel Miles gloriosus di Plauto, presso la compagnia dello Stabile Privato di Torino, una delle realtà più importanti d’Italia. Da lì poi ho continuato con varie esperienze lavorative. Ho fatto anche altre scuole, corsi, ho un’actor coach americana. Non è stato facile, ma volevo dimostrare ai miei che potevo fare entrambe le cose.

 

Il desiderio di calcare il palcoscenico è arrivato dopo la scuola oppure c’è sempre stato? La voglia di fare show c’è sempre stata: ero quello che faceva le imitazioni, cantava, ballava. Mia sorella è stata la mia musa ispiratrice: più grande di me di cinque anni, sin da piccolissima ha fatto danza classica, quindi sono cresciuto andando a vedere i suoi saggi, questi spettacoli con i tutù e questi colori... e ne sono rimasto affascinato. Durante la mia infanzia e adolescenza sono stato molto grasso, poi in seconda liceo decisi che era arrivato il momento di dire basta e dimagrii di colpo. Mi sono iscritto al corso di teatro della scuola e mi hanno anche dato il ruolo di protagonista ne I Rinoceronti di Ionesco. Il palco divenne una droga!

 

L’esperienza professionale che ti ha segnato maggiormente? Ogni esperienza ha il suo valore: io sono uno di quelli che vuole sempre cambiare e difficilmente faccio due esperienze lavorative molto simili vicine. Una delle cose che mi ha emozionato di più è stata Il Cavallino Bianco, operetta di cui interpretavo il protagonista, perché ho cantato per la prima volta con un’orchestra dal vivo. Uno dei miei sogni da bambino era quello di fare il direttore d’orchestra: il giorno dell’ultima replica il Maestro mi disse di scendere in buca per dare l’attacco. Questo mi ha convinto che il mondo dell’attore possa essere davvero a 360°.  

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